Nelle democrazie ricche si arraffa

Dalla Roma repubblicana alla Francia della Terza Repubblica, dall’America della Gilded Age all’Italia e Giappone del miracolo economico fino ai Brics di oggi, è una costante storica la compenetrazione tra crescita impetuosa e impetuosa corruzione. Docente di Storia contemporanea alla Bocconi di Milano ed esperto di storia dell’industria italiana, Giuseppe Berta ha da poco scritto per il Mulino un libretto che si intitola “Oligarchie - Il mondo nelle mani di pochi”.
18 AGO 20
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Dalla Roma repubblicana alla Francia della Terza Repubblica, dall’America della Gilded Age all’Italia e Giappone del miracolo economico fino ai Brics di oggi, è una costante storica la compenetrazione tra crescita impetuosa e impetuosa corruzione. Docente di Storia contemporanea alla Bocconi di Milano ed esperto di storia dell’industria italiana, Giuseppe Berta ha da poco scritto per il Mulino un libretto che si intitola “Oligarchie - Il mondo nelle mani di pochi”. Nel capitolo iniziale descrive il Parlamento inglese nel 1761, il momento in cui l’Inghilterra stava costruendo il più grande impero della storia, con la Rivoluzione industriale e un modello di democrazia liberale destinato a diventare un paradigma mondiale. Sulla scorta di un famoso studio del 1929 di Sir Lewis Namier, “The Structure of Politics at the Accession of George III”, apprendiamo che nel paese che inventò la modernità “si andava in Parlamento” non solo “perché ci si era predestinati per nascita”, ma anche per ottenere nomine e cariche dello stato e procacciarsi favori, perché un seggio ai Comuni era la tappa di un percorso di avanzamento professionale, o perché, come mercanti e finanzieri, si negoziava con lo stato e gli si prestava denaro a credito. O infine perché, semplicemente, l’immunità parlamentare faceva comodo, mettendo al riparo dall’essere perseguiti per frodi, debiti e malversazioni grazie a una tutela che proteggeva così una quota non irrilevante dei parlamentari, tormentati da problemi di varia natura con la legge”.
Secondo Namier e Berta, il governo addirittura “incoraggiava i mercanti a ‘comprare’ un seggio nelle circoscrizioni più costose, indennizzandoli poi con la concessione di contratti per ripagare le spese che avevano dovuto sopportare”. Stiamo parlando degli iniziatori della Rivoluzione industriale. Poi c’erano i “nababbi”: “Gli spregiudicati affaristi che avevano costruito le loro fortune di dubbia origine in India: una ventina di essi tornò nella madrepatria alla fine del Settecento proprio allo scopo di conseguire un posto ai Comuni per mettersi al riparo da eventuali inchieste sulle fonti di ricchezze vaste quanto rapide”. E qui stiamo parlando dei creatori dell’Impero. Agli occhi di Namier quella Camera dei Comuni era un “meraviglioso microcosmo”. Una “accolita atomizzata” che riusciva a produrre una leadership in grado di vedere lontano e di agire. Gente, insomma, che rubava, ma faceva.